La gastronomia è una scienza. Studia il cibo in ogni sua manifestazione, senza limiti di spazio e di tempo. Il termine, di origine greca, significa “legge del ventre”, da intendersi come la totalità di materie, strumenti e tecniche impiegati per “soddisfare la pancia”. Il sostantivo viene ufficialmente riconosciuto nel 1835, anno in cui compare per la prima volta nel dizionario dell’Accademia francese la definizione del termine gastronomo: “l’anfitrione che sceglie, ordina ed offre una tavola riccamente imbandita”. Come ogni scienza degna di essere definita tale, quindi, pretesa ardita è praticarla senza prima averla conosciuta, oltre che apprezzata.

Non vi può essere amore per la gastronomia a prescindere dalla conoscenza delle sue leggi. Conoscere e riconoscere le materie prime. Studiare e ricercare le tecniche di lavorazione, conservazione e trasformazione. Appassionarsi alle strategie di abbinamento e presentazione, le chiavi vincenti per una gastronomia di qualità, che faccia la differenza.

Qualità. Nessun aggettivo è stato più utilizzato per promuovere un prodotto riguardante l’alimentazione, sintetizzandone, così, la “buona e sana naturalità” di ogni suo passaggio nella filiera agro-alimentare.

Un prodotto gastronomico di qualità deve essere buono, sano e naturale o, come sostiene Carlo Pedrini, celebre gastronomo, fondatore e presidente di Slow Food, “buono pulito e giusto”. Inequivocabilmente, quindi, il nostro cibo deve piacere, essere biocompatibile e non presentare contaminazioni di sintesi, che arrecano effetti negativi sull’organismo umano. Mangiare di qualità implica nutrire il corpo ed appagare lo spirito, oltre che infondere benessere totalizzante.

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